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E’ innegabile.

Ci sono momenti in cui riconosci qual è la tua famiglia, in senso culturale, di riferimento.

Lo scopri pezzo a pezzo, nelle situazioni più varie, queste ne sono esemplificazioni verosimili:

  • fissando da dentro una densa bolla d’alcol una folla impazzita che balla furiosamente Erol Alkan e pensi che sarà così per sempre, un istante espanso a rappresentare senza parole o pensieri una generazione
  • quando il pomeriggio tardi in bici dalle cuffie parte qualcosa degli Smiths e rallenti per non arrivare prima che finisca, rallenti fino a scendere e camminare, anche se vorresti sederti, sdraiarti in mezzo alla strada
  • scoprendo che il libro che un tuo amico ti aveva prestato di David Foster Wallace e che hai divorato come non succedeva da anni è l’ultimo perché si è ucciso, e allora invece di correre a leggerli tutti per recuperare, li conservi per tempi di carestia
  • quando qualcuno posta La Descrizione di Un Attimo, la fai partire e ti accorgi dell’errore: quello che più amiamo lo teniamo per quando smettiamo di sapere che cosa davvero conta, che cosa davvero ci racconta, non per una domenica qualsiasi
  • sdraiato sul letto, sotto le coperte, al buio, chiedendoti perché non riesci ancora a parlare 20 minuti dopo aver visto per la sedicesima volta Paz su i fumetti di Andrea Pazienza, chiedendoti se è davvero impossibile vivere nell Bologna degli anni ’70

E così oggi ho scoperto sfogliando Google Reader, in un mal di testa aizzato da campane semi festanti che Mark Linkous era parte della famiglia; cliccando sulla foto troverete un ricordo e una raccolta di video.

It’s aWonderful Life.

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Parliamo di tivù.

(senza dibattere se si tratti di quella con la t maiuscola o minuscola)

Partiamo dal palinsesto pomeridiano che ci regala fior fiori di programmi dal gusto discutibile.

Prendiamo quella donna che per molti è la Madonna, televisivamente parlando, tanto che al nominare il nome Maria, tutti sanno di chi si sta parlando.

Prendiamo quel range di persone che la nostra società ha posto ai margini, quelli che non sono più produttivi, quelli che sono diventati un peso, quelli che dalla loro parte hanno solo il passato.

Prendiamo un format televisivo che si basa sulla tendenza dell’essere umano a farsi i fatti degli altri e sul piacere che si prova nel giudicarne i comportamenti e le azioni.

Li uniamo.

Forse è un esempio di tivù socialmente utile, forse.

Forse rende protagonisti coloro che oramai non lo sono più, forse.

Forse è una sorta di fonte della giovinezza, forse.

In fondo a me gli anziani piacciono.

Anche al di fuori delle situazioni tipiche della loro età.

Trovo che mostrino una certa ingenuità, forse innocenza.

In fondo non riesco a volergli male.

chi pigia sui tasti

Go Faster

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