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I francesi sono mediamente più tamarri degli italiani, almeno secondo la nostra concezione di tamarro, mentre secondo la loro concezione di tamarro noi lo siamo sicuramente di più; al contrario, secondo la loro concezione di fighetto, loro lo sono di più; indovinate un po’, secondo la nostra concezione di fighetto, noi lo siamo più di loro.

Il punto è che per quanto fastidiosamente simili, siamo popoli irritantemente diversi.

E per surfare ancora alla grande sul luogo comune, aggiungerei che ad ogni passo trovo conferma che la nostra italianità vive la solita fama ormai ben incatenata nel bassorilievo dell’immaginario mondiale e a scanso di equivoci farò un elenco di aggettivi plurali (perché, se non si fosse capito, noi siamo gli ITALIANI):

mafiosi (nel senso che facciamo comunella sempre tra di noi, oltre che raccogliere il pizzo nello studentato),

confusionari/gesticolatori (nel senso che quando non ci pagano, cominciamo a muoverci inconsultamente e a nominare santi e divinità, per ottenere il pizzo che ci spetta)

gioviali/gentili (nel senso che quando hai pagato, sei il nostro migliore amico e ti facciamo tanti favori, basta che poi paghi di nuovo)

simpatici/allegri (nel senso che quando si mangia e si beve con i soldi dei norvegesi, ridiamo spesso e offriamo pure)

furbi/svegli (nel senso che ci giustifichiamo dicendo che quei soldi erano per la quota dell’associazione studentesca “amici della mamma”)

berlusconiani (nel senso che contestualizziamo le bestemmie)

I francesi invece sono così

Ora che ci penso non so cosa sia peggio.

E così sia.

Un altro a scrivere in questo nuovo, garbato e gentile figliolo della Rete.

La fotografia praticata (da me) non la gradisco granché, ancor meno praticata da altri se ne sono il (consapevole) protagonista, ma, sempre più spesso, ne apprezzo la sincerità e la modestia intrinseche di arte “minore”.

Ho passato momenti stranianti scorrendo queste inaspettate parentesi.

E’ come se tutto quello che immagino sull’America, ora veda il suo fondarsi tra i palazzoni, gli spazi instancabili e i volti quasi sempre altrove di una nazione che non ci stancheremo mai di guardare.

Gli stereotipi ritrovano la forza e il senso delle origini di una mitologia laica di cui sempre più non possiamo non essere parte.

Infatti, nulla mi pare cambiato in mezzo al caos dei nostri giorni, nulla di quello che conta, cioè la vita delle persone, come quella dell’autrice, in cui la sintesi è d’obbligo.

Nasci, ti sposti, cerchi e trovi un lavoro, nel frattempo hai un hobby e prima di morire puoi dire di aver fatto qualcosa di bello per cui è valso lo sforzo.

La differenza rispetto a milioni di altri è che qualcuno di lei alla fine (anzi dopo) se n’è accorto.

Per iniziare, un doveroso ringraziamento al sempre gentilissimo e disponibile thesave per come e quanto ci aiuta.

Se avete domande, le uniche risposte pronte per voi sono qui.

non si sa ancora quanti saremo ma di sicuro ci saremo.

intanto io sono il barone

si va.

chi pigia sui tasti

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